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3 giugno 2023

Lavorare per distruggere e soffrire

Ci stiamo avviando verso una nuova etica del lavoro, molto diversa da quella a cui eravamo abituati, quella che ci imponeva di lavorare bene, con amore e dedizione. 

Quando si parla di lavoro si parla sempre più spesso del lavoro che non c'è (la disoccupazione, ormai fisiologica per una quota sempre crescente); di lavoro precario (quello che abbiamo creato con la narrazione della flessibilità e della mobilità); di mortalità sul lavoro (il lavoro che uccide perché la sicurezza costa); poco si parla di un altro problema: il lavoro distruttivo.
Con questo termine vorrei indicare qualcosa di simile, ma socialmente peggiore rispetto ai lavoretti della gig economy e ai "lavori del cavolo" (i Bullshit Jobs studiati da David Graeber). 
I lavori del cavolo sono quei lavori inutili, privi di senso, che possono rappresentare uno spreco e generare frustrazione, ma non sono propriamente distruttivi. Il lavoro distruttivo è quello dei call-center. I centralinisti di un call-center sono spesso chiamati a vendere contratti-truffa, nella gran parte dei casi infastidiscono e rubano tempo ai loro potenziali clienti; nel caso in cui la loro proposta viene accettata si realizza una truffa. Talvolta al raggiro con cui si occultano le clausole sconvenienti della proposta contrattuale si aggiunge anche la falsificazione del consenso in modo da carpire un'accettazione telefonica che non c'è stata. In entrambi questi casi il centralinista svolge un compito di natura criminale, ma non sarà perseguito perché di solito le vittime non sono in grado di risalire alla sua identità personale e comunque non riuscirebbero a dimostrare il reale contenuto della telefonata.  
Questa forma di criminalità legalizzata esiste da tempo. In Italia è nata insieme al famigerato numero 144 della SIP, che fu pubblicamente denunciato come truffa da Beppe Grillo.

Call-Center

Erano i primi anni '90, si sollevò uno scandalo, l'automatismo del prefisso 144 fu disattivato, ma il metodo truffaldino venne poi riproposto con altri numeri (166, 899 e 709) e con le varie forme dei Call Center autorizzati in base ad un malinteso principio di libera concorrenza. 

La libera concorrenza esiste soltanto se è concorrenza leale, non libertà di delinquere. Occorrono norme rigorose per delimitare il confine tra libertà e abuso. Queste norme non ci sono.
Il triste fenomeno sociale dei Call Center fu descritto nel 2008 da un film di Paolo Virzì (Tutta la vita davanti) tratto da un libro di Michela Murgia. Da allora nulla è stato fatto per arginarlo e per tutelare le vittime.
I call-center si erano diffusi come strumenti di intermediazione utile e perfino necessaria nel libero mercato dei servizi che prendeva il posto dei vecchi monopoli controllati dallo Stato. Erano parte della promessa di libertà di scelta che avrebbe portato innovazione, progresso e risparmio.  Il film di Virzì mostrava quello che c'era dentro: i raggiri, la pressione psicologica, lo sfruttamento. Era un modello economico che si prestava facilmente alla truffa nei confronti dei potenziali clienti, nient'altro che voci senza volto all'altro capo del filo. Era un modello distruttivo anche per i lavoratori: sottopagati, con contratti a cottimo, sottoposti a pressioni psicologiche motivate dal miraggio del successo e da ricatti morali. Il telefonista era spesso costretto a farsi complice di una truffa che non avrebbe mai voluto fare, subiva una coercizione paragonabile ad uno stupro morale: la dignità di una persona onesta annientata per costringerlo a farsi strumento di azioni disoneste.

25 maggio 2023

Cronache di ordinaria gestione dell'ordine

1) Roma - I ragazzi di "Ultima Generazione", gli imbrattatori con vernice lavabile, hanno manifestato pacificamente davanti al Senato, questa volta cospargendo di fango se stessi senza imbrattare nulla. Sono stati allontanati dalla polizia, saranno denunciati, ma non basta, i poliziotti li hanno trascinati dai piedi con la schiena nuda scorticata sull'asfalto.

2) Livorno - un carabiniere scaglia calci in faccia ad un ragazzo già disteso a terra mentre era bloccato da un altro agente. Il calcio in faccia a chi è già a terra è un gesto considerato infame perfino dal codice della malavita.

3) Palermo - il corteo organizzato dalla CGIL insieme a note organizzazioni antimafia, è stato bloccato da uno schieramento antisommossa. Ma il corteo era autorizzato, non c'era ragione di bloccarlo. Il 23 maggio è il giorno della morte di Giovanni Falcone, la commemorazione è un lodevole impegno civico che lo Stato dovrebbe promuovere, invece i manifestanti sono stati fermati e presi a manganellate.
Anche qui i testimoni smentiscono la presenza di facinorosi 'antagonisti'. Erano solo persone che volevano arrivare all'albero di Falcone. L'avrebbero fatto dissociandosi dai cerimoniali ipocriti di chi la mafia non l'ha mai avversata. Contestare pacificamente non è più lecito?
Una lettera firmata da 80 docenti afferma che la decisione della Questura (la quale non aveva vietato la manifestazione) è stata un atto di forza finalizzato a una censura politica.
I martiri della lotta alla mafia li possono commemorare solo gli amici dei condannati per mafia?

 

27 marzo 2023

Per combattere la povertà basta eliminare i poveri

C'era una volta una dottrina politica che aveva l'obiettivo di combattere la povertà. Si chiamava socialismo. I socialisti elaborarono diversi modelli: dalla società di produttori di Saint-Simon al falansterio di Charles Fourier, dall'abolizione della proprietà privata di Proudon alla socializzazione dei mezzi di produzione di Karl Marx, dalle comunità di Robert Owen alle cooperative di Giuseppe Massarenti.
Il marxismo ebbe più fortuna degli altri, ma fu anche la dottrina politica più deformata, nella Russia Sovietica diventò un totalitarismo burocratico e nella Cina Maoista diventò una fanatica persecuzione di presunti controrivoluzionari.
In tutti i casi ci fu una riorganizzazione sociale che riduceva almeno in parte le sacche di povertà, ma c'era sempre chi restava emarginato e talvolta oppresso dal nuovo potere.
La svolta ci fu quando arrivò al potere un italiano che per anni era vissuto come un vagabondo nelle cui tasche vuote c'era solo la medaglietta con l'effige di Carlo Marx. 

4 dicembre 2022

Il bavaglio ai dipendenti pubblici

Il governo Meloni, in attuazione di riforme che sarebbero connesse all'attuazione del PNRR, ha approvato alcune modifiche al codice di comportamento dei dipendenti pubblici (Dpr n.62 del 2013). Ora c'è una norma che pone un limite alla libertà di parola:

« Il dipendente utilizza gli account dei social media di cui è titolare in modo che le opinioni ivi espresse e i contenuti ivi pubblicati, propri o di terzi, non siano in alcun modo attribuibili all’amministrazione di appartenenza o possano, in alcun modo, lederne il prestigio.»
«In ogni caso il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale.»
«È fatto, altresì, divieto, al dipendente di trattare comunicazioni, afferenti direttamente o indirettamente al servizio, attraverso conversazioni pubbliche svolte su qualsiasi piattaforma digitale.»

I dipendenti pubblici non potranno più esprimere opinioni o riferire fatti che possano risultare sgraditi all'amministrazione di appartenenza, non potranno neanche riportare opinioni espresse da altri (terzi), limitando così, oltre alla libertà di parola, anche la diffusione di informazioni. 

Il divieto sembra prescindere dalla firma e dalla riconoscibilità dell'autore perché la norma configura come aggravante l'aver indicato, nel proprio profilo social, la qualifica di appartenenza ad una pubblica amministrazione.

«se dalle piattaforme social siano ricavabili o espressamente indicate le qualifiche professionali o di appartenenza del dipendente, ciò costituisce elemento valutabile ai fini della gradazione della eventuale sanzione disciplinare».

Dunque l'illecito resta tale anche se il commento sgradevole appare senza riferimenti specifici o sotto pseudonimo. Tra gli esponenti politici non manca chi vorrebbe generalizzare l'obbligo di certificare la propria identità personale per poter dire qualcosa in rete. Per Calenda e Marattin la sorveglianza sulle opinioni dei liberi cittadini dev'essere più ferrea di quella cinese.

Qui siamo davanti a una gravissima compressione della libertà di espressione dei cittadini. 

31 agosto 2021

I segreti indicibili della guerra al terrore

Rai3 ci ha fatto un bel regalo. "Presa Diretta" Riccardo Iacona ci ha raccontato la storia di Julian Assange parlando delle vere ragioni per cui è detenuto, prima nella piccola sede di un'ambasciata e poi in un carcere speciale britannico.

"Il caso Assange è il più grande scandalo giudiziario della storia. Io lo paragono al caso Dreyfus, perché questa è la storia di un uomo che è stato giudiziariamente perseguito da noi, in occidente, solo perché ha detto la verità" (Niels Melzer - relatore speciale ONU contro la tortura)

La colpa del giornalista australiano non è quella di aver molestato due donne, non c'era stata alcuna denuncia. La sua colpa è quella di aver fatto giornalismo, cioè di aver raccontato la verità su fatti di grande importanza.
I documenti pubblicati da Wikileaks hanno svelato al mondo gli sporchi segreti della "guerra al terrore": le uccisioni inutili di civili in Iraq (Collateral Murders), le sanguinose rappresaglie americane, l'uso dei droni per uccisioni che spesso colpiscono "per errore" persone innocenti allo scopo di esercitare una giustizia senza processo. Non può dirsi democratico uno stato che usa tali metodi ed esercita anche pressioni illecite su altri governi (anche quello italiano) allo scopo di rapire e torturare presunti nemici. Tutto fuori da ogni legalità. 

Su "L'intellettuale dissidente" c'è un'intervista a Niels Melzer. L'intervista è lunga, ma andrebbe letta da tutti. 


11 luglio 2021

Mario Draghi, Marta Cartabia e la giustizia mutilata

In questo caldissimo inizio d'estate il governo Draghi lavora a favore dei disonesti. La frettolosa riforma della giustizia sembra avere lo scopo di garantire l'impunità alle persone facoltose che commettono reati.

La giustizia italiana non è mai stata considerata molto efficiente. L'era berlusconiana peggiorò la situazione disseminando leggi ad personam che servivano a garantire l'impunità del capo. Di quelle norme hanno goduto molti corrotti e corruttori. Si arrivò all'assurdo dell'avvocato Cesare Previti, che fu ministro della Giustizia nel governo Berlusconi e imputato in vari processi per corruzione, il quale avrebbe voluto stabilire per legge la non perseguibilità dei corruttori. C'è mancato poco che la corruzione non fosse pienamente legittimata come il falso in bilancio e il perseguimento di interesse privato in atti d'ufficio. La Repubblica delle Banane (rubate). 

Nell'era berlusconiana i termini di prescrizione dei reati sono stati opportunamente abbreviati per consentire agli imputati che non sono in grado di dimostrarsi innocenti di mandare in fumo l'intero processo.

La prescrizione è quel principio che impone ai giudici di annullare il processo  quando è trascorso troppo tempo. Il principio è giusto. Impedisce gli accanimenti giudiziari e le condanne troppo tardive. Non si può giudicare un ottantenne con l'accusa di insultato un compagno di scuola quando aveva diciotto anni. Non si può chiedere il pagamento di un rata d'affitto quando sono passati decenni dal termine del contratto. Però di questo principio va definita la misura: qual è il tempo massimo per giungere a una condanna? quando inizia e quando finisce il decorso di quel tempo?  

22 novembre 2020

La democrazia delle stragi e dei segreti

Per  decisione del Parlamento è stato finalmente tolto il segreto sugli atti delle Commissioni d'Inchiesta precedenti al 2001. Sono documenti che erano rimasti coperti da un segreto "funzionale" che dovrebbe  essere una cautela temporanea, invece era diventato un modo per nascondere definitivamente i fatti accertati benché il Parlamento avesse svolto le sue inchieste in diretta rappresentanza dei cittadini. La trasparenza in questo caso dovrebbe essere la stessa finalità dell'inchiesta, invece quel segreto funzionale era sufficiente a tenere tutto nascosto. Siamo quindi lieti della decisione di rimuovere il segreto, almeno per una parte dei documenti, ma chi ha cominciato a guardarci dentro ha trovato cose che per molti italiani potrebbero essere sconcertanti.

 

26 luglio 2020

Come Antigone


Ilaria Cucchi è stata per anni la ragazza che chiedeva giustizia per il fratello morto, l'ha chiesto anche sfidando le autorità costituite e le verità prefabbricate.

Il fratello Stefano è stato ucciso ingiustamente, vigliaccamente, e poi esposto al ludibrio.

Il coraggio e la determinazione di Ilaria, che non ha accettato la verità ufficiale di una morte per cause naturali o per colpe pregresse del fratello, ricordano un'antica tragedia greca. Come Polinice, anche Stefano forse non era dalla parte giusta, ma questa non è una buona ragione per denegare giustizia. Ilaria non s'è piegata ed è diventata la nuova Antigone. E' stata un esempio per tutti. Dopo anni di tribolazioni e di insulti ha ottenuto qualche risposta che restituisce dignità anche ai carabinieri e ai medici onesti, restituisce speranza a tutti noi italiani.


16 giugno 2020

Abusi di potere


L'abuso di potere è istintivo. Non occorre una particolare cattiveria d'animo e neanche l'adesione a una dottrina ideologica. Lo dimostrò il prof. Philip Zimbardo con un esperimento svolto presso l'Università di Stanford, a Palo Alto, nel 1971, noto come esperimento carcerario.

E' sufficiente il contesto a generare quella che Gustav Le Bon aveva definito come "deindividuazione" e da questa particolare condizione, che può annullare la naturale empatia umana, è facile passare alla violenza. Nell'esperimento c'erano solo studenti invitati a una sorta di gioco di ruolo, non c'erano delinquenti da punire, eppure gli studenti-guardie in breve tempo abusarono del loro potere fino a creare una situazione ingestibile e pericolosa.
I risultati di questo esperimento sono andati molto al di là delle previsioni degli sperimentatori, dimostrandosi particolarmente drammatici. Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all'interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude.

1 giugno 2020

Amico George, riposa in pace

Queste sono le ultime parole di George Floyd, l'uomo ucciso lo scorso 26 maggio a Minneapolis da un agente di polizia che gli ha tenuto il ginocchio sul collo con tutto il suo peso per nove minuti:

«È la mia faccia, amico non ho fatto nulla di grave, 
amico ti prego, ti prego, ti prego, non riesco a respirare,
ti prego amico, qualcuno mi aiuti 
ti prego amico, non riesco a respirare 
non riesco a respirare, ti prego (parte non comprensibile) amico non respiro, 
la mia faccia devi solo alzarti,
non riesco a respirare ti prego, 
un ginocchio sul mio collo,
non riesco a respirare,
merda lo farò, non posso muovermi,
mamma mamma non ce la faccio,
le mie ginocchia, il mio collo, sono finito, sono finito, sono claustrofobico, 
mi fa male lo stomaco,
mi fa male il collo,
mi fa male tutto,
un po’ d’acqua, o qualcosa vi prego, 
vi prego non riesco a respirare, 
agente non mi uccidere, 
mi stanno ammazzando, 
ti prego, amico non riesco a respirare, 
non riesco a respirare, 
mi stanno ammazzando, 
mi stanno ammazzando, non riesco a respirare, 
non riesco a respirare per favore, 
signore ti prego ti prego, ti prego, non riesco a respirare» 

Poi ha chiuso gli occhi e ha smesso di supplicare.

4 maggio 2020

Il "congiunto" nell'uovo

In TV la saggezza sembra scomparsa. Abbiamo ascoltato le parole giudiziose di Monica Guerritore, ma non bastano a far cessare il chiassoso assedio al Premier.
Qualunque persona di buon senso sa che non sarebbe cosa molto intelligente "cambiare cavallo mentre si sta guadando un fiume" (Papa Francesco), ma di persone intelligenti se ne vedono poche al momento e mi tocca di tornare sull'argomento perché c'è una caccia alle parole come il "pelo nell'uovo". Qualcuno crede d'averlo trovata nella parola "congiunto" nel Dpcm 26 aprile 2020. Una parola che potrà legittimare gli spostamenti che faranno eccezione al divieto.

Congiunto è un termine che non ha un significato giuridicamente univoco, quindi i soliti accusatori affermano che in un testo normativo non si dovrebbe usare. L'avvocato Conte avrebbe commesso un errore proprio nel campo di sua competenza. Così diceva ieri sera in TV Giorgia Meloni nel tentativo di rimproverare a Conte di non aver usato un termine privo di ambiguità, come "figlio", "parente" o "coniuge". Analoga critica viene espressa anche da siti-web che sembrano attribuirsi autorevolezza giuridica (LaLeggeperTutti: qui, qui e qui).

21 agosto 2019

Esilio e persecuzione


A ottobre dello scorso anno avevo dedicato un post alla vicenda giudiziaria del sindaco di Riace accusato di reati che sembravano essere piuttosto meriti che egli avesse acquisito. Ma la legge è legge, quindi se aveva anche compiuto irregolarità amministrative è giusto che le autorità facciano i dovuti accertamenti e arrivino anche a sanzionare gli illeciti, ma a distanza di quasi un anno sembra che nessuno sia ancora in grado di dire se le presunte irregolarità amministrative abbiano anche una valenza penale.
Intanto Mimmo Lucano resta obbligato ad un esilio forzato dal proprio paese, condannato a star lontano da casa senza che nessuna condanna sia ancora stata pronunciata a suo carico. La macchina della giustizia è lenta e complessa, ma ora sembra che nei suoi confronti gli accertamenti giudiziari abbaiano assunto i caratteri di un accanimento ingiustificato. Gli vietano perfino di potersi riavvicinare all'anziano padre malato. Un trattamento che spesso non viene riservato neanche ai peggiori criminali ed è anche una condanna per quel padre che non può avere alcuna colpa delle eventuali responsabilità assunte dal figlio come sindaco del paese. E' un rigore eccessivo che diventa persecuzione politica.

(Fonte: Dagospia)

11 marzo 2019

I sogni infranti di Gezi Park

La pena dell'ergastolo è stata richiesta per 16 manifestanti di Gezi Park.
Gezi è contro l’imperialismo. Non può essere spiegato da nessun trucco o cospirazione straniera… Gezi è la volontà e la determinazione del popolo nel voler prendere il proprio destino nelle proprie mani. Gezi è la speranza di una Turchia che possa emergere dall’oscurità. Gezi è l'idea di una nazione che vuole uguaglianza, libertà e giustizia
Sono parole pronunciate dall'avvocato Can Atalay, uno dei 16 imputati del processo politico ordito da Erdogan contro la voglia di democrazia. Insieme all'avvocato Atalay c'è Osman Kavala, Yigit Aksakoglu, gli architetti Mucella Yapici e Tayfun Kahraman, il giornalista Can Dündar, gli attori Mehmet Ali Alabora e Ayse Pinar Alabora, la regista Cigdem Mater e Ali Hakan Altınay, della fondazione Anadolu Kültür. Tutti accusati di cospirazione contro lo stato.