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4 dicembre 2022

Il bavaglio ai dipendenti pubblici

Il governo Meloni, in attuazione di riforme che sarebbero connesse all'attuazione del PNRR, ha approvato alcune modifiche al codice di comportamento dei dipendenti pubblici (Dpr n.62 del 2013). Ora c'è una norma che pone un limite alla libertà di parola:

« Il dipendente utilizza gli account dei social media di cui è titolare in modo che le opinioni ivi espresse e i contenuti ivi pubblicati, propri o di terzi, non siano in alcun modo attribuibili all’amministrazione di appartenenza o possano, in alcun modo, lederne il prestigio.»
«In ogni caso il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale.»
«È fatto, altresì, divieto, al dipendente di trattare comunicazioni, afferenti direttamente o indirettamente al servizio, attraverso conversazioni pubbliche svolte su qualsiasi piattaforma digitale.»

I dipendenti pubblici non potranno più esprimere opinioni o riferire fatti che possano risultare sgraditi all'amministrazione di appartenenza, non potranno neanche riportare opinioni espresse da altri (terzi), limitando così, oltre alla libertà di parola, anche la diffusione di informazioni. 

Il divieto sembra prescindere dalla firma e dalla riconoscibilità dell'autore perché la norma configura come aggravante l'aver indicato, nel proprio profilo social, la qualifica di appartenenza ad una pubblica amministrazione.

«se dalle piattaforme social siano ricavabili o espressamente indicate le qualifiche professionali o di appartenenza del dipendente, ciò costituisce elemento valutabile ai fini della gradazione della eventuale sanzione disciplinare».

Dunque l'illecito resta tale anche se il commento sgradevole appare senza riferimenti specifici o sotto pseudonimo. Tra gli esponenti politici non manca chi vorrebbe generalizzare l'obbligo di certificare la propria identità personale per poter dire qualcosa in rete. Per Calenda e Marattin la sorveglianza sulle opinioni dei liberi cittadini dev'essere più ferrea di quella cinese.

Qui siamo davanti a una gravissima compressione della libertà di espressione dei cittadini. 

14 novembre 2020

La pandemia negazionista

La negazionista di successo in TV

Siamo nel pieno della seconda ondata e vediamo in modo sempre più chiaro che il coronavirus Sars-Cov-2 ha innescato due pandemie, alla prima è stato assegnato il nome di Covid-19, la seconda invece è la sindrome negazionista che si presenta sotto varie forme: quella lieve della dietrologia complottistica, quella estrema del negazionismo puro e c'è anche una forma intermedia che cercherò di distinguere dalle precedenti.

18 ottobre 2020

Je suis prof


 

 “Uno dei nostri concittadini è stato ucciso oggi perché insegnava a scuola e insegnava agli studenti la libertà di espressione. ”

Emanuel Macron

 

 

 

12 luglio 2020

La Teoria Gender

Nel precedente post dedicato al politicamente corretto, ho citato una fake-news che è stata costruita e diffusa in modo molto efficace: la storia del divieto legale di qualificare i genitori come "padre" e "madre" e il corrispondente obbligo di inserire nei documenti amministrativi la più neutra dicitura di "genitore 1" e "genitore 2".

Non c'è nulla di vero in questa storia, ma è quasi impossibile da smentire perché sembra confermata da molte notizie ricorrenti sulla stampa e in TV. Quasi nessuno dispone del tempo e delle competenze necessarie per verificare se davvero in qualche norma di legge o in qualche regolamento amministrativo o in qualche modulo burocratico non sia realmente apparsa una tale assurdità. Poi, se tutti ne parlano, si può legittimamente supporre che qualcosa di vero dovrà pur esserci.

Dagli organi ufficiali di informazione non è mai arrivata alcuna smentita, inoltre l'anno scorso la notizia che attribuiva a Salvini, all'epoca Ministro dell'Interno, il merito di aver ripristinato l'uso delle parole "padre" e "madre" nei documenti ufficiali ha fornito a tutti una indiretta conferma della reale esistenza del caso.

Proverò io a fare il "debunker". Oddio che brutta parola! Meglio l'italiano: proverò a smontare la bufala e per farlo dovrò spulciare tra le norme, ma prima vorrei farvi notare che questo tipo di bufala  nasce all'interno di un'altra bufala più grande chiamata "Teoria Gender", un inglesismo brutto e fuorviante. 

Allora cominciamo dal Gender rinviando ad un prossimo post la questione del genitore 1 e genitore 2.

8 agosto 2018

Licenziamenti d'opinione

I licenziamenti d'opinione sono sempre più frequenti. Il caso più noto è quello dei cinque operai di Pomigliano (i fatti sono raccontati qui da Ascanio Celestini). Ormai il licenziamento d'opinione sembra entrato a far parte dell'ordinamento giuridico. L'ultimo caso riguarda un'autista dell'Atac a Roma, la sindacalista Micaela Quintavalle licenziata per aver criticato pubblicamente i programmi di manutenzione degli autobus.

Sia ben chiaro, non esiste alcuna norma che consente di licenziare il lavoratore per aver espresso opinioni non gradite al padrone e non c'è neanche una norma che consente di licenziare chi si lamenta di illegalità o abusi o carenze o pericoli che esistono all'interno dell'azienda. In caso di diffamazione si può sporgere denuncia, ma se i fatti sono veri dovrebbe prevalere la sacrosanta libertà di parola.

Nel codice civile questo tipo di licenziamento non potrebbe starci, sarebbe contrario ai principi della Costituzione, non solo al principio che sancisce il diritto di parola (art. 21) o di manifestazione del pensiero, ma anche al limite dell'utilità sociale imposto ad ogni tipo di attività economica che non può svolgersi in contrasto con la sicurezza, la libertà e la dignità umana (art. 41).

Un giudice che non sia quello della favola di Pinocchio non esiterebbe a far revocare la licenza di commercio a qualunque azienda che mette in pericolo la vita delle persone o mette in atto pratiche umilianti. E' una banale questione civiltà. Invece accade il contrario e ormai la lista è molto lunga, posso citare solo alcuni casi:

7 gennaio 2011

Libertà di censurare?

Su L'Unità on-line ho trovato una notizia che mi sembra degna di nota. Riguarda un artista italiano, Blu, incaricato di realizzare un dipinto murale in un museo degli Stati Uniti.

L'opera è stata cancellata perché ritenuta offensiva o comunque inopportuna dal direttore del museo. Caso interessante per esplorare il confine tra la libertà d'espressione artistica e il diritto del curatore di un museo alla scelta delle opere da esporre.

6 dicembre 2010

Diritto di accesso alla rete

Il giurista Stefano Rodotà ha proposto di aggiungere un comma all'art. 21 della Costituzione:
“Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.”

Se ne parla qui e qui.

Ci sembra una proposta importante che risponde ad un problema di cui molti sembrano inconsapevoli.