Una grossa Lamborghini, con a bordo cinque giovani, s'è scontrata con una piccola Smart sulla quale viaggiava una donna con i due figli. Il bambino di cinque anni è morto.
Quello che potrebbe sembrare un ordinario incidente stradale forse non è solo un triste fatto di cronaca, potrebbe essere uno specchio del nostro tempo. Elisabetta Ambrosi nel suo blog del FQ parla di "un caso che racconta chi siamo o chi stiamo diventando".
Guardando oltre le apparenze vediamo che la Lamborghini non era una vettura in transito. Non viaggiava come mezzo di trasporto, non era diretta ad alcuna destinazione, girava da due giorni e due notti in percorsi oziosi, scelti a caso, solo come pretesto per realizzare un video da mostrare in rete.
17 giugno 2023
Sembra un incidente stradale
3 giugno 2023
Lavorare per distruggere e soffrire
Quando si parla di lavoro si parla sempre più spesso del lavoro che non c'è (la disoccupazione, ormai fisiologica per una quota sempre crescente); di lavoro precario (quello che abbiamo creato con la narrazione della flessibilità e della mobilità); di mortalità sul lavoro (il lavoro che uccide perché la sicurezza costa); poco si parla di un altro problema: il lavoro distruttivo.
Con questo termine vorrei indicare qualcosa di simile, ma socialmente peggiore rispetto ai lavoretti della gig economy e ai "lavori del cavolo" (i Bullshit Jobs studiati da David Graeber).
I lavori del cavolo sono quei lavori inutili, privi di senso, che possono rappresentare uno spreco e generare frustrazione, ma non sono propriamente distruttivi. Il lavoro distruttivo è quello dei call-center. I centralinisti di un call-center sono spesso chiamati a vendere contratti-truffa, nella gran parte dei casi infastidiscono e rubano tempo ai loro potenziali clienti; nel caso in cui la loro proposta viene accettata si realizza una truffa. Talvolta al raggiro con cui si occultano le clausole sconvenienti della proposta contrattuale si aggiunge anche la falsificazione del consenso in modo da carpire un'accettazione telefonica che non c'è stata. In entrambi questi casi il centralinista svolge un compito di natura criminale, ma non sarà perseguito perché di solito le vittime non sono in grado di risalire alla sua identità personale e comunque non riuscirebbero a dimostrare il reale contenuto della telefonata.
Questa forma di criminalità legalizzata esiste da tempo. In Italia è nata insieme al famigerato numero 144 della SIP, che fu pubblicamente denunciato come truffa da Beppe Grillo.
Call-Center
Erano i primi anni '90, si sollevò uno scandalo, l'automatismo del prefisso 144 fu disattivato, ma il metodo truffaldino venne poi riproposto con altri numeri (166, 899 e 709) e con le varie forme dei Call Center autorizzati in base ad un malinteso principio di libera concorrenza.
La libera concorrenza esiste soltanto se è concorrenza leale, non libertà di delinquere. Occorrono norme rigorose per delimitare il confine tra libertà e abuso. Queste norme non ci sono.
Il triste fenomeno sociale dei Call Center fu descritto nel 2008 da un film di Paolo Virzì (Tutta la vita davanti) tratto da un libro di Michela Murgia. Da allora nulla è stato fatto per arginarlo e per tutelare le vittime.
I call-center si erano diffusi come strumenti di intermediazione utile e perfino necessaria nel libero mercato dei servizi che prendeva il posto dei vecchi monopoli controllati dallo Stato. Erano parte della promessa di libertà di scelta che avrebbe portato innovazione, progresso e risparmio. Il film di Virzì mostrava quello che c'era dentro: i raggiri, la pressione psicologica, lo sfruttamento. Era un modello economico che si prestava facilmente alla truffa nei confronti dei potenziali clienti, nient'altro che voci senza volto all'altro capo del filo. Era un modello distruttivo anche per i lavoratori: sottopagati, con contratti a cottimo, sottoposti a pressioni psicologiche motivate dal miraggio del successo e da ricatti morali. Il telefonista era spesso costretto a farsi complice di una truffa che non avrebbe mai voluto fare, subiva una coercizione paragonabile ad uno stupro morale: la dignità di una persona onesta annientata per costringerlo a farsi strumento di azioni disoneste.
23 settembre 2018
Il posto fisso dei giornalisti
In Italia purtroppo non ci sono editori indipendenti, sono tutti collegati a qualche forza politica oppure sono molto dipendenti da chi può orientare i flussi pubblicitari. Per questo l'Italia è una democrazia zoppa. Il popolo composto da cittadini informati poco o male non è un popolo sovrano.
Senza editori indipendenti l'unica garanzia di buona informazione ce la possono dare solo i singoli giornalisti. Perciò è importante dare al giornalista un ruolo professionale che lo tuteli dalle interferenze dell'editore: la garanzia del posto fisso. Se oggi il posto fisso è considerato un vecchio privilegio da abbattere è anche per questa ragione, perché i padroni vogliono riprendersi la libertà di spadroneggiare come ai tempi di don Rodrigo, vogliono giornalisti che non scrivano cose scomode, vogliono giudici obbedienti, vogliono avvocati addomesticabili, vogliono insegnanti controllabili, quindi nessuno deve avere il posto fisso.
Invece la difesa della democrazia si fa difendendo il posto fisso, soprattutto per le categorie di professionisti che sono chiamati a fronteggiare i poteri politici ed economici. Oggi il ritorno di Barbara Orsini al suo posto di lavoro nei servizi di informazione di Rete8 non è solo la soluzione di una controversia individuale. La giornalista era stata discriminata e poi licenziata a causa di una sua reazione verbale. Dopo 18mesi il Giudice del Lavoro di Chieti ha annullato il licenziamento a l'ha reintegrata. Non conosco la giornalista e non so quale sia il suo stile o il suo valore professionale, ma credo che questa sentenza sia una vittoria per la libertà di stampa e per la nostra democrazia perché è il ruolo di indipendenza del giornalista che va tutelato, a prescindere dalle opinioni.
Purtroppo accanto alla buona notizia ce n'è anche una cattiva: nei diciotto mesi trascorsi dal suo illegittimo licenziamento c'è stata poca solidarietà da parte dei colleghi. Il suo caso è rimasto nell'ombra e ora sono gli stessi rappresentanti del Sindacato Giornalisti Abruzzesi, Marco Patricelli e Adam Hanzelewicz, a denunciare il "silenzio assordante" della stampa su una grave questione che lede direttamente la stampa.
29 maggio 2018
Non sono tutti furbetti
Li chiamano furbetti del cartellino, ma spesso sono soltanto vittime di una nuova caccia alle streghe basata sul pregiudizio nei confronti dei dipendenti pubblici.
Il pregiudizio è stato alimentato dall'ideologia neoliberista che tende a distruggere tutti gli apparati pubblici. La retorica degli statali fannulloni si appoggia all'idea piuttosto ingenua che il servizio pubblico si riduce a una questione di orario.
La veterinaria di Giulianova è stata fortunata, ha potuto dimostrare che le due timbrature in due sedi diverse della medesima ASL non avevano la finalità di frodare, ma solo quella di segnalare il suo spostamento di sede reso necessario per la sostituzione di un collega.
La dottoressa è stata doppiamente fortunata perché nel suo caso il giudice ha potuto applicare il reintegro nel posto di lavoro, quello previsto dall'art.18 dello Statuto dei Lavoratori, norma ormai resa inapplicabile in molti tipi di rapporto lavorativo.
Il licenziamento facile non è un buon metodo per rendere efficiente la pubblica amministrazione, è solo un ennesimo segno di inciviltà.

