Il lavoro non è soltanto fonte di sostentamento. Il lavoro è formazione della personalità, rete di relazioni e occasione per il reciproco riconoscimento. Ma il lavoro può anche diventare una pena, simile alla galera dei rematori. Così sono ridotti i dipendenti di Amazon costantemente controllati dal braccialetto elettronico. I lavori forzati distruggono la personalità e dobbiamo chiederci chi ha condannato quei lavoratori e perché.
I giapponesi lo chiamano "karoshi", il troppo lavoro che uccide, ma non stiamo parlando di condannati. Non stiamo parlando neanche degli operai cinesi reclusi in grandi fabbriche. Nel 2013 di karoshi è morta Miwa Sado, una giornalista trentunenne della rete televisiva NHK. La stessa sorte è capitata a Vlada Dzyuba, una modella russa di 14 anni, morta lo scorso mese di ottobre a Shangai dopo 13 ore di sfilate. Non stava bene, ma il contratto la costringeva a lavorare senza sosta. Si muore nei campi dove i braccianti lavorano sotto il sole cocente: la signora Paola Clemente di Andria non ha retto al caldo e alla fatica. Invece Giovanna Curcio e Annamaria Mercadente sono morte, bruciate vive, nella fabbrica di materassi Dimaltex in Calabria. Bruciate come gli operai della Tyssen-Krupp, per mancanza di sistemi di sicurezza. Giovanna aveva 16 anni.
Quando il bisogno è molto forte il lavoratore accetta tutto. Nel call center “Italcarone” di Incisa Valdarno la Guardia di Finanza scoprì che i dipendenti venivano frustati se non raggiungevano gli obiettivi, dovevano vendere aspirapolveri. In casi meno drammatici i ritmi di lavoro possono portare al limite di doversi urinare addosso, è accaduto a una cassiera della Esselunga di Milano e a un operaio della Sevel di Atessa. La stessa ditta che impone agli operai di proseguire il lavoro senza interruzione ignorando la perdita di sensi del compagno che aveva urtato la testa contro un braccio meccanico. Le cose non vanno meglio alla Fiat di Melfi. Chi denuncia queste situazioni perde il lavoro e rischia di non ritrovarlo più, come è accaduto a Dante De Angelis e a Riccardo Antonini, il ferroviere che aveva collaborato a chiarire le cause del disastro ferroviario di Viareggio nel quale morirono 32 persone.
Qualcuno dovrebbe cominciare a domandarsi se il lavoro può essere questo: sfruttamento, umiliazioni e rischi mortali. L'efficienza nel produrre sempre più merci a costi sempre più bassi vale più della dignità umna e della stessa vita? Si può allestire una premiazione alla migliore assenteista per umiliare pubblicamente una donna costretta a frequenti cure a causa di una vera malattia?
Qualcuno dovrebbe chiedersi se questo è il benessere e il progresso, l'intera società dovrebbe interrogarsi, invece ora ci tocca di sapere che andrà sempre peggio. Amazon, il colosso delle vendite on-line, ha brevettato un braccialetto elettronico che consentirà di tenere costantemente sotto controllo i lavoratori. L'uso del braccialetto era stato già denunciato da Adam Littler, un giovane giornalista della BBC che si era fatto assumere nella sede britannica di Swansea. Il braccialetto conta i secondi e misura i passi, trasforma il lavoratore in un robot. Per usarlo in Italia Amazon non avrà bisogno neanche di discutere coi sindacati. Il braccialetto elettronico è uno strumento carcerario, costringe il lavoratore a diventare il guardiano di se stesso, ma dentro i depositi di Amazon non ci sono criminali a scontare una pena, ci sono uomini, liberi cittadini, condannati ai lavori forzati, vittime sacrificate al dio Mercato.
Amazon, Uber, Deliveroo, Foodora... comodi servizi on-line che sono diventati giganti dell'e-commerce. Ci sono riusciti muovendo un esercito di marionette umane. Donne e uomini liberi, innocenti, autocondannati ai lavori forzati. E' il lavoro del terzo millennio. E di fronte a questo scenario il giornale di Confindustria propone di sgombrare il campo da finzioni e ipocrisie e reintrodurre la schiavitù legalizzandola.
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