I licenziamenti d'opinione sono sempre più frequenti. Il caso più noto è quello dei cinque operai di Pomigliano (i fatti sono raccontati qui da Ascanio Celestini). Ormai il licenziamento d'opinione sembra entrato a far parte dell'ordinamento giuridico. L'ultimo caso riguarda un'autista dell'Atac a Roma, la sindacalista Micaela Quintavalle licenziata per aver criticato pubblicamente i programmi di manutenzione degli autobus.
Sia ben chiaro, non esiste alcuna norma che consente di licenziare il lavoratore per aver espresso opinioni non gradite al padrone e non c'è neanche una norma che consente di licenziare chi si lamenta di illegalità o abusi o carenze o pericoli che esistono all'interno dell'azienda. In caso di diffamazione si può sporgere denuncia, ma se i fatti sono veri dovrebbe prevalere la sacrosanta libertà di parola.
Nel codice civile questo tipo di licenziamento non potrebbe starci, sarebbe contrario ai principi della Costituzione, non solo al principio che sancisce il diritto di parola (art. 21) o di manifestazione del pensiero, ma anche al limite dell'utilità sociale imposto ad ogni tipo di attività economica che non può svolgersi in contrasto con la sicurezza, la libertà e la dignità umana (art. 41).
Un giudice che non sia quello della favola di Pinocchio non esiterebbe a far revocare la licenza di commercio a qualunque azienda che mette in pericolo la vita delle persone o mette in atto pratiche umilianti. E' una banale questione civiltà. Invece accade il contrario e ormai la lista è molto lunga, posso citare solo alcuni casi: