16 giugno 2006

I satanisti pentiti

Riduzione di pena in appello a due Bestie di Satana: i due pentiti, quelli che hanno collaborato e denunciato i compagni della setta.

Dal punto di vista morale non è comprensibile che il criminale possa sottrarsi alla pena aggiungendo al suo crimine anche un atto di delazione, quando non sia perfino calunnia.


Gli sconti di pena per i pentiti sono un'assurdità giuridica. La giustizia dovrebbe seguire il proprio percorso attraverso indagini, testimonianze e perizie senza farsi guidare dalla parola dell'imputato. L'imputato si trova in una condizione che gli fa perdere credibilità. Non gli è richiesto di giurare perché non si può dare valore sacramentale a qualcosa che non ha nemmeno valore umano.

Talvolta l'imputato confessa, ma anche questa non potrà essere prova certa della sua colpa. Sappiamo bene che il peso del giudizio spinge alcuni a voler proteggere il vero colpevole, spinge altri ad usare anche i peggiori mezzi per fare in modo che qualcun altro se ne assuma la colpa.

E se i due satanisti "pentiti" avessero parlato per vendetta? possiamo accettare che la legge diventi strumento della loro rivalsa?

L'imputato deve stare davanti alla giustizia come interlocutore: può parlare, può difendersi, può confessare, e la giustizia deve ascoltarlo e deve anche verificarne gli argomenti, ma non dovrebbe mai metterlo sul piatto della bilancia, come prova. La giustizia medievale sbagliava quando pretendeva di estrarre la verità dalla bocca dell'imputato sottoponendolo a torture, sbaglia anche oggi offrendogli sconti di pena.

Ma c'è una terza e più profonda ragione che mi fa ritenere sbagliata la riduzione di pena per i crimini più gravi: lo svilimento dell'esistenza umana. E non mi riferisco a quella delle vittime ormai trapassate, ma a quella del condannato.

Credo che sia sbagliato offrire come ricompensa o premio una riduzione di pena che lo rimanda presto tra la gente a dover sorreggere gli sguardi malevoli, i risentimenti, a doversi battere per affermare la propria riconquistata dignità, che in troppi non vorranno riconoscere.

Non è meglio scontare una lunga pena, affrontandola come un'esistenza nuova, che si sostituisce alla vecchia annullata dal proprio gesto criminale? non sarebbe quella un'opportunità di entrare in una dimensione completamente diversa, la cui qualità non sarà data dalla libertà di andare al bar o fare una gita, ma dai rapporti umani che si costruiscono anche in carcere. Una dimensione in cui le cose, il tempo e i pensieri acquistano un valore che prima non si era in grado di vedere e che nessuno vedrebbe finché può contare i giorni che mancano all'uscita.

Una lunga pena può essere più rispettosa del valore umano del condannato, di quanto non lo sia una impopolare clemenza. Ma questo forse lo sapevano solo i giudici che vivevano essi stessi una vita silenziosa e appartata.