2 ottobre 2017

Magistratura: separazione delle carriere

La bilancia della giustizia mette sui due piatti del giudizio penale l'accusa e la difesa. L'accusatore nel processo italiano non è un avvocato eletto dal popolo, bensì un magistrato. La magistratura comprende le due diverse categorie dei giudici e dei pubblici ministeri: magistratura giudicante quella abilitata a emettere sentenze; magistratura requirente quella dei procuratori e sostituti procuratori che conducono le indagini e sostengono l'accusa al processo.


In questa scelta che rende il giudice e l'accusatore come colleghi di un medesimo ordine, qualcuno vede una bilancia sbilanciata a favore dell'accusa. Se così fosse in Italia si dovrebbero contare tantissime condanne e pochissime assoluzioni. Questo non sembra vero, inoltre la condanna non è sempre leggibile come un favore fatto all'accusatore, infatti è normale giungere alla condanna se le indagini sono state condotte efficacemente. Nonostante queste difficoltà di misurare la giustizia delle sentenze,c'è chi propone la separazione delle carriere per rimettere la bilancia in equilibrio: solo i giudici dovrebbero godere delle guarentigie riservate alla magistratura (indipendenza, terzietà, inamovibilità, ecc.), mentre gli accusatori dovrebbero appartenere ad un diverso ordine, specializzato nei compiti di polizia.
  
Il principio di separazione dei poteri deve garantirci una giustizia imparziale e indipendente, ma attenzione: non possiamo rischiare che sia una giustizia mutilata a cui qualcuno potrebbe sottrarsi grazie al favore di un'accusa controllabile dal potere politico. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri riporterebbe l'esercizio dell'accusa  sotto il controllo del potere governativo con la possibilità di nascondere ai giudici le denunce più scomode.

Il tentativo (prima craxiano e poi berlusconiano) di separare le carriere dei magistrati non è riuscito, in entrambi i casi c'era anche il sospetto di voler perseguire un proprio personale vantaggio visto che entrambi i leader politici avevano gravi questioni pendenti con la giustizia, ma lo stesso intento è ora perseguito dal decreto legislativo 177/2016 firmato del governo Renzi che all'art.18, comma 5, prevede l’obbligo per la polizia giudiziaria di informare i vertici del corpo di appartenenza di tutte le notizie di reato trasmesse all’autorità giudiziaria. Questa disposizione non consente al potere governativo di sottrarre informazioni alla giustizia, ma potrà allertare gli "amici" prima dell'inizio delle indagini. E' un colpo gravissimo inferto alla giustizia.

Come ci ha insegnato il Barone di Montesquieu, la giustizia dev'essere separata dagli altri poteri. L'accusa non può essere riservata ad un funzionario del ministero, dev'essere esercitata da un pubblico avvocato eletto dal popolo (come avviene negli USA) oppure da un magistrato che gode della stessa indipendenza assicurata ai giudici (com'è in Italia).

Salvo particolari distorsioni dovute a cause d'altro tipo, l'indipendenza dei pubblici ministeri non crea una complicità coi giudici perché non basta l'uguale livello di indipendenza a generare una comunanza di interessi. Gli uffici delle Procure hanno un ordinamento diverso dalle Corti, hannoproprie sedi e propri strumenti. In Italia esiste un'unica magistratura ordinaria, ma le funzioni sono già ben separate.