1 settembre 2012

Economia pubblica e privata

La produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi è pubblica o privata. L'art. 41 Cost. stabilisce che l'iniziativa economica privata è libera, ma essa concorre con una presenza di beni e di servizi pubblici e può concorrere anche con una iniziativa economica pubblica.


Alcuni servizi sono necessariamente pubblici (difesa, ordine pubblico, giustizia, amministrazione del territorio) e tradizionalmente svolti nell'ambito dell'amministrazione statale. Altri sono lasciati alla libera iniziativa dei privati. Lo "stato sociale" ha pubblicizzato i servizi strettamente legati alla persona (istruzione, sanità, previdenza, trasporti ecc..) e l'interesse pubblico è penetrato anche in altri settori rimasti prevalentemente sotto il controllo dei privati (sicurezza del lavoro, comunicazioni, ecc.). L'art. 41 pone tre limiti alla libertà di iniziativa economica privata, vietando che essa si svolga "in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana".

Entro i limiti stabiliti l'attività economica privata è libera e può anche assumere l'incarico di produrre beni e servizi pubblici. Le Società per Azioni a scopo di lucro possono contribuire alla pubblica istruzione, alla sanità, alla gestione di strade e di ferrovie, alla distribuzione di energia. Il problema del limite all'affidamento a gestione privata di beni e di servizi pubblici è emerso per la distribuzione dell'acqua. Il dibattito si è concluso con un referendum popolare che ha affermato ad ampia maggioranza il principio di gestione pubblica degli acquedotti. La questione si potrebbe porre in modo analogo anche per le altre reti di comunicazione (ferrovie, rete elettrica, internet) per le quali l'accesso è diventato un diritto fondamentale del cittadino.

L'affermazione dei diritti rispetto ai beni e ai servizi pubblici ha portato alla elaborazione di una nuova categoria di "beni comuni" che dovrebbe essere sottratta ad ogni possibilità di privatizzazione o di affidamento a gestioni private. Questa tendenza si scontra però con l'ideologia economica dominante che tende ad affidare ai privati anche settori che erano sempre stati considerati di natura esclusivamente pubblica come il servizio postale, la vigilanza, la gestione delle carceri, la risoluzione delle controversie, la conservazione dei beni archeologici e culturali, ecc.

Privatizzazione e liberalizzazione sono diventate le parole magiche con cui si vorrebbero risolvere tutti i problemi economici ed istituzionali. L'eliminazione di vincoli e di riserve pubblicistiche viene posta come apertura ad attività imprenditoriali che offrirebbero efficienza economica e non avrebbero bisogno di regole e di controlli perché il modello concorrenziale si autoregola e si autocontrolla. Accettata questa formula ideologica del "mercato sovrano", tutto può essere liberalizzato e privatizzato, anche gli istituti di pena, le forze dell'ordine e l'esercito.

Come afferma J.K. Galbraith l'ideologia del mercato nasconde l'uso fraudolento di alcuni termini:
1) il "mercato" non è un campo neutro in perpetuo equilibrio di risorse e di poteri. Il modello di libero mercato è solo un nome nuovo con cui si indica il sistema economico capitalistico, cioè un modello storicamente noto che produce ingiustizie sociali e squilibri anche disastrosi;
2) le "imprese" non sono soggetti che operano nel mercato con pari forza e opportunità. Le piccole imprese sono attività mosse dal lavoro e dall'ingegno di una o di poche persone, dispongono di capitali limitati, subiscono forti condizionamenti. Le grandi imprese sono entità burocratiche che dispongono di enormi risorse finanziarie e possono esercitare pressioni lobbistiche anche sui legislatori;
3) il "lavoro" non è  una risorsa umana equamente distribuita che può essere liberamente venduta e comprata sul mercato. Alcune persone sono retribuite sulla base della fatica, noiosa e ripetiva, protratta e talvolta abbrutente. Altre persone sono retribuite per attività limitate e gratificanti che contribuiscono alla realizzazione della personalità e alla affermazione sociale. Non possiamo dire che il salario del giovane laureato costretto a rispondere 15 ad un call-center abbia la stessa natura del compenso che il manager riceve per la semplice appartenenza ad un consiglio di amministrazione di una grande fondazione.

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